
Osservatorio Terapie Avanzate realizza e aggiorna costantemente le tabelle che riassumono lo stato di approvazione delle terapie avanzate in Europa e in Italia e le terapie avanzate rimborsate in Italia.
Le tabelle sono scaricabili gratuitamente e disponibili ai seguenti link:
Alcuni mesi fa, il congresso annuale dell’American Association for Cancer Research (ASCO) è stato il palco mondiale da cui sono stati annunciati i dati preliminari su un vaccino a mRNA per il tumore del pancreas. Poiché questo è uno dei più difficili tumori da sconfiggere, era prevedibile che la notizia facesse più volte il giro del mondo, disegnando scenari di trattamento futuri che, fino a qualche tempo fa, rientravano solo nel campo delle ipotesi. Ed è altrettanto facile da immaginare che quello messo a punto da BioNTech e Genentech potesse non essere l’unico prodotto a mRNA all’orizzonte. Infatti, sono stati da poco pubblicati sulla rivista Cancer Discovery i dati di un secondo candidato, ne abbiamo parlato con Livia Archibugi, gastroenterologa presso il Centro di Ricerca Clinica e Traslazionale sul Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
Finora le terapie sperimentali basate su CRISPR hanno utilizzato la proteina Cas9 e le sue versioni avanzate con due strategie principali: bloccare il gene bersaglio con un taglio mirato o aggiustarlo correggendone le mutazioni. Ma la famiglia delle proteine Cas è numerosa e variegata, e annovera tra i suoi membri anche enzimi che una volta riconosciuto il bersaglio si attivano ad ampio raggio dentro alla cellula, riducendo in brandelli i cromosomi. Questa modalità di azione “tritatutto” si è evoluta nei batteri per contrastare il diffondersi delle infezioni virali, sacrificando le cellule infette. Ora però sta ispirando un filone di ricerca che punta a uccidere le cellule cancerose risparmiando quelle sane.
Tra le più robuste affermazioni che giungono dagli studi di genetica c’è quella secondo cui in un’interazione tra due organismi, come nel caso dell’ospite e del parassita, non sia solamente il DNA del secondo a determinare il livello di malattia, ma anche quello del primo. Si sa che l’ambiente e lo stile di vita possono modulare l’espressione dei geni e, nella risposta immunitaria, conta moltissimo il patrimonio genetico dell’ospite. Lo stesso vale nel caso di trattamenti a base di cellule CAR-T in cui la terapia è “viva” e consiste in una popolazione di linfociti modificati per riconoscere e aggredire le cellule del tumore. A far comprendere meglio l’entità di queste affermazioni contribuisce uno studio pubblicato su Science Immunology nel quale i ricercatori hanno cercato di capire quanto le varianti genetiche ereditarie di un paziente possano influenzare l’effetto delle CAR-T, in particolare la loro efficacia e le loro tossicità.
Una coalizione di quattordici organizzazioni europee - associazioni di pazienti, società scientifiche, enti e sviluppatori di terapie avanzate - ha pubblicato una risposta congiunta al primo report di Joint Clinical Assessment (JCA) prodotto nell'ambito del Regolamento europeo sull'Health Technology Assessment (HTA), in vigore dal gennaio 2025. Il documento non contesta l'impianto della procedura, ma segnala tre criticità emerse dal report, relativo al farmaco tovorafenib per il glioma pediatrico a basso grado, che la coalizione ritiene rilevanti in particolare per le terapie avanzate e per le malattie rare e pediatriche, e chiede che vengano affrontate da subito, senza attendere la revisione del regolamento prevista per il 2028.
In alcuni casi la malattia di Parkinson inizia con un leggero tremore a un arto, a volte con un impaccio motorio che induce il sospetto – soprattutto in età più matura – di un problema osteoarticolare della spalla o della gamba. Ma se il tremore o l’impaccio non passano, anzi subentra una certa rigidità che rende difficoltoso e lento il movimento, è giusto sospettare che ci sia qualcosa di più, e rivolgersi al neurologo. La diagnosi di malattia di Parkinson non è soltanto un nome: è un’etichetta che il paziente associa a un decorso progressivamente peggiorativo, come nel caso della malattia di Alzheimer. Per questo ha suscitato interesse la pubblicazione su Nature Medicine dei risultati di uno studio clinico condotto con una terapia genica. Ne abbiamo parlato con Roberta Balestrino, esperta di malattia di Parkinson e parkinsonismi atipici del reparto di Neurologia e Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
Usiamo le proteine per gli scopi più disparati: anticorpi terapeutici, enzimi per accelerare reazioni nell'industria, marcatori fluorescenti per osservare ciò che accade nelle cellule. La natura ce ne mette a disposizione milioni, ma spesso quella che ci serve è proprio una proteina che non esiste ancora. Oppure esiste, ma non ha la dimensione giusta: una versione più piccola può raggiungere bersagli difficili da penetrare, una più grande legarsi con maggiore affinità. Oggi l’intelligenza artificiale (AI) permette di crearle da zero, ma rimpicciolire o ingrandire quelle esistenti mantenendone intatte struttura e funzione resta una sfida. Un articolo pubblicato Nature mostra come Raygun, un sistema basato su un modello linguistico per proteine sviluppato dai ricercatori della Duke University, è riuscito a modificarne la dimensione senza cambiarne l'identità.
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